martedì 9 maggio 2017

FANTASCIENZA E SUPEREROI


Il canone, dal greco kanon (regola), è quell’insieme di norme che mirano a ottenere un equilibrio compositivo, a opere che appaiano armoniose, proporzionate. È evidente che si tratta di un concetto applicabile soprattutto all’arte, ma non solo. Per esempio, l’idea che abbiamo di bellezza (ammesso che essa stessa non sia arte) risponde a un canone, a sua volta frutto del tempo, della società e della cultura in cui è immerso o di cui è il frutto. La celeberrima Venere di Milo risponde al canone di bellezza del suo tempo (secondo secolo avanti Cristo), ma meno a quello attuale. Oggi, una donna con i fianchi abbondanti della Venere non vincerebbe mai il Concorso di Miss Italia. Sperando che gli dei greci non mi abbiano maledetto per un simile paragone, è evidente che l’arte e la cultura in genere non sono altro che un continuo affermarsi di un canone fino al sopraggiungere di qualcuno o qualcosa che lo “forza” per crearne uno nuovo, o per tornare a un canone precedente. Accade anche nell’arte popolare e, di conseguenza, anche nel mondo dei fumetti.
Jack Kirby (1917-1994), definito “The King” (Il Re), dai suoi numerosi fan in tutto il mondo, è stato un artista che ha avuto il coraggio e la forza di forzare il canone vigente per imporre il proprio. Attivissimo tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, Kirby si è occupato soprattutto di disegnare albi di supereroi, filone molto popolare negli Stati Uniti che ha contribuito a costruire e arricchire. Uomini generalmente in calzamaglia, o comunque con vistose divise, dotati di superpoteri grazie ai quali si impegnano nel combattere minacce di ogni tipo, dai comuni delinquenti a invasori extraterrestri. Inizialmente, il canone grafico alla base dei disegni di tali storie è abbastanza tradizionale e di matrice realistica, ma a partire dagli anni Sessanta Kirby lo stravolge. È come se pensasse “questi personaggi hanno poteri straordinari, vengono coinvolti in scontri stupefacenti, affrontando pericoli incredibili, perché anche il modo di rappresentarli non può essere straordinario?” Così le sue anatomie cominciano a deformarsi, i muscoli si gonfiano, gli arti si allungano, le bocche si spalancano, gli occhi si sbarrano. Nella foga della lotta, al culmine del pathos, tutto diviene esagerato, ma intelligentemente esagerato. Non solo, Kirby ama le splash page (vignette a tutta pagina), addirittura le doppie splash page e esagera anche nella rappresentazione della tecnologia, figlia di gigantismo e geometria, con pistoloni squadrati, carri armati grandi come edifici e schermi di computer enormi come quelli da stadio.
Tutto questo è (anche) OMAC, serie di metà anni Settanta di cui Kirby realizzò sia testi sia disegni. OMAC è l’acronimo di One Man Army Corp (Esercito di un solo uomo), in origine un comune essere umano (Buddy Blank) che, per mano dell’Agenzia di Pace, viene trasformato in una sorta di super agente mondiale tramite l’utilizzo di fantomatici raggi inviatigli da un satellite nello spazio, noto come Brother Eye, che lo foraggia anche con informazioni ed eventuali ulteriori poteri. In tale veste OMAC affronta criminali e dittatori del futuro che utilizzano potere, armi e tecnologia ai propri malvagi fini. Come avrete compreso, i testi non erano certo il punto forte di Kirby, che puntava su trame lineari e abbastanza scontate, dove i “cattivi” erano cattivi tout-court e si distinguevano immediatamente dall’aspetto, mentre i buoni avevano personalità scolpite nella roccia come i loro muscoli, senza altro pensiero o scopo se non prendere a cazzotti i cattivi di cui sopra.
Nonostante questo, OMAC si lascia leggere, soprattutto a fronte dei cataclismatici disegni di Kirby, che nei supercombattimenti ci sguazza, e che per il futuro distopico ha sempre avuto una grande passione, controbilanciandolo ovviamente con la figura dell’eroe di turno, sorta di dio greco di tempi moderni ed esageratamente tecnologici. Una lettura che sa di fantascienza retrò e di infantili supereroismi, ma che i fan del Re (incluso il sottoscritto) amano alla follia poiché da essi soggiogati da bambini. Se già amate Kirby, OMAC fa per voi, se invece non lo conoscete vi consiglio di provarlo, ma guardandolo con gli occhi di un fanciullo che per la prima volta osserva le stelle e ne rimane abbagliato pur senza comprenderle appieno.
In chiusura, una nota sulla colorazione. Negli anni Settanta il modo di colorare i fumetti americani era molto diverso da quello attuale, più “forte”, più eccentrico, più pop. Inoltre, per motivi tipografici, i colori che non fossero di base (rosso, magenta, giallo e ciano) venivano resi con matrici di puntini di questi ultimi (una sorta di pointillismo pop) che opportunamente dosati e mischiati davano vita a un tripudio di verdi, gialli accecanti, rossi vivaci, viola e blu che rendevano magari un po’ kitsch, ma sicuramente affascinanti e grandiosi i personaggi e il loro mondo. Furono anche quei puntini a ispirare la pop art e autori come Roy Lichtenstein e Andy Warhol, che li ripresero nelle loro opere accentuandone ulteriormente dimensioni e vivacità. Un’esplosione cromatica che si è cercato di rispettare in questa nuova edizione di OMAC ricolorata però perdendo i “puntini” a causa dell’utilizzo di tecniche moderne, che probabilmente appariranno migliori ai lettori odierni, ma che lacerano il cuore di vecchi fan e appassionati di pop culture che hanno vissuto ai tempi d’oro dei “pallini colorati”. Il tempo passa, il canone cambia.

OMAC di Jack Kirby
RW Edizioni
pp. 176, euro 18,95




Nessun commento: